L’ansia: un approccio etologico

L’ansia: un approccio etologico

L’ansia e i disturbi del comportamento ad essa correlati, rappresenta una situazione comune nell’essere umano tant’è che si afferma che oltre il 16% della popolazione americana soffre di disturbi d’ansia la qual cosa coinvolge un notevole numero di persone. Si parla di disturbi d’ansia, ossia di qualcosa che è correlato all’ansia che, ad un certo punto, diviene insopportabile e determina manifestazioni che si ripercuotono sulle attività comuni della persona. Ma l’ansia è davvero una condizione negativa?

Ansia Varese

Molti articoli si soffermano sugli aspetti negativi legati all’ansia, la previsione di pericolo, l’affrontare situazione negative, la paura del futuro, ma se analizziamo le condizioni fisiche dell’ansia possiamo attribuirle allo stato di allerta dell’organismo che attiva il sistema attacco-fuga. La tachicardia, la tensione muscolare, la mimica della persona che prova questa emozione ci riportano ad uno stato di iper-attenzione che, se protratta, genera una serie di comportamenti disadattativi, persistendo questa condizione anche in assenza di uno stimolo esterno.

L’utilizzo delle benzodiazepine nei disturbi d’ansia ci suggerisce quanto sia necessario ridurre l’attivazione generalizzata dell’organismo: infatti questi farmaci aumentano l’attività dell’acido Gamma Amino Butirrico (GABA) che è il neurotrasmettitore dell’inibizione, contrariamente ad altri, adrenalina e noradrenalina, che sono attivatori. Si induce, artificialmente, uno stato di rilassamento per aumento dei recettori del GABA che contrasta lo stato di attivazione del soggetto, provocando un abbassamento della tensione.

Cosa spinge, allora, il nostro organismo ad attivarsi?

L’ansia, spesso, è descritta come penoso stato di attesa che viene interpretato come aspettare; sembrerebbe che il nostro organismo si attivi per aspettare il che è contraddittorio nei termini. Se l’interpretazione dell’attesa fosse invece quello di “tendere a” allora avremmo che il nostro organismo si pone nello stato di tendere verso qualcosa.

Nei predatori questo stato si manifesta quando essi puntano ad una preda; la preda è il loro obiettivo, lo scopo più importante della giornata e tale obiettivo non può non essere raggiunto, pena il digiuno. Il predatore, quindi, pone in essere una serie di attivazioni corporeo – sensoriali: si acutizza l’udito, l’accomodamento visivo si accentua (focalizzo la preda), i muscoli si preparano all’attacco, il cuore batte più velocemente per apportare più ossigeno. L’animale quindi è in uno stato di ansia. Stessa cosa vale per la preda, il cui obiettivo è invece la fuga per garantirsi la sopravvivenza.

Analogamente agli animali il nostro organismo tende ad un obiettivo, sia in positivo (raggiungere qualcosa o qualcuno) che in negativo (allontanarsi da qualcosa o qualcuno).

Come mai l’ansia nell’uomo è una malattia?

Di per sé l’ansia non è una malattia, è una condizione necessaria per poter affrontare i cambiamenti e raggiungere gli obiettivi, diventa un disturbo quando è continua e quando il modello di comportamento si basa solo su questa modalità. Gli animali non mantengono lo stato di ansia persistente, una volta raggiunto l’obiettivo il loro organismo ritorna allo stato di riposo (dormono, giocano, si distraggono), anche qualora l’obiettivo non fosse raggiunto rientrano nello stato di rilassamento. Una volta che un impala è sfuggito alla cattura di un leone si rimette tranquillamente a brucare. Solo l’uomo (inteso come specie) mantiene costantemente uno stato di ansia e questo è dovuto alla sua capacità immaginativa ed alle continue richieste interne di aderire schemi preconcetti. In pratica non ci riposiamo mai, continuiamo a pensare anche quando l’obiettivo ci è sfuggito. Nel lungo termine il nostro organismo si affatica e le condizioni di attivazione ci creano fastidio e malessere e, ingenuamente, per dare una spiegazione razionale a questo malessere di nuovo ci visualizziamo l’obiettivo che volevamo raggiungere riportandoci nello stato di ansia iniziale.

Come possiamo ritornare in rilassamento?

La maggior parte degli psichiatri sfrutta l’azione delle benzodiazepine per forzare il rilassamento aumentando l’azione del GABA, tuttavia questo non “cura” la modalità del soggetto, interviene sui sintomi dello stato aspettandosi che la persona, una volta provato il benessere del rilassamento, abbia voglia di tornarci spontaneamente.

Nel caso di soggetti con schemi mentali di funzionamento ansioso, l’approccio etologico permette allo psicoterapeuta di intervenire sugli schemi mentali avvicinandosi al comportamento biologico intrinseco nell’uomo. Visualizzando l’insieme degli obiettivi raggiunti, persi, irraggiungibili, il terapeuta lavora con la persona per riadattare l’intero sistema partendo dai modelli etologici di preda – predatore. Gli approcci possono partire da basi teoriche varie, dalla mindfullness alla PNL, dall’ipnositerapia al Training Autogeno, l’essenziale è lavorare con la persona non tanto sull’oggetto ansiogeno quanto sugli schemi mentali della persistenza dello stato ansioso. Non è terapeutico la fatidica frase “non ci pensare”, poiché paradossalmente porta il soggetto a “pensare” quella situazione, prima di non pensarci.

 

Dott. Alessandro Lizioli - Psicologo e psicoterapeuta a Varese

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Ultima modifica: 27/06/2016

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